C’è un punto preciso, in Italia, dove il paesaggio smette di essere sfondo e diventa racconto. È lì che il mare incontra la pietra, che i borghi custodiscono storie antiche e che il viaggio smette di essere consumo per trasformarsi in esperienza. È l’Area Ligure Apuana, una geografia emotiva prima ancora che territoriale, distesa tra La Spezia, le Cinque Terre e la Lunigiana, che oggi si propone al mondo con una consapevolezza nuova: essere una delle espressioni più autentiche del turismo esperienziale contemporaneo. A suggellarlo è stata Bitesp 2026, la Borsa Internazionale del Turismo Esperienziale, che proprio a La Spezia ha riunito operatori e buyer internazionali attorno a un’idea chiara: il futuro del viaggio non è più nella velocità, ma nella profondità, non più nel vedere ma nel vivere.
Il viaggio comincia da La Spezia, città spesso attraversata e raramente compresa fino in fondo. Qui si stratificano storie di mare, industria e umanità: l’Arsenale Militare Marittimo ne racconta il ruolo strategico ottocentesco, mentre il Novecento industriale ne ha modellato il carattere moderno. Poi la guerra, i bombardamenti, la ricostruzione. Oggi tutto questo si riflette nei palazzi Liberty, nelle architetture più recenti, nei luoghi della memoria come il Rifugio Quintino Sella e nelle collezioni del Museo Lia. Ma La Spezia è anche la città della solidarietà, la “porta di Sion”, da cui partirono migliaia di ebrei verso una nuova vita: un dettaglio che non è solo storico, ma profondamente identitario.
Lasciata la costa, il paesaggio cambia senza strappi, quasi seguendo il ritmo del respiro. Si sale verso la Lunigiana e il tempo rallenta, si distende. A Fivizzano, la “Firenze della Lunigiana”, l’eleganza rinascimentale racconta un passato colto fatto di tipografie, scambi e legami con i Medici. Intorno, i castelli dei Malaspina dominano le valli come presenze silenziose, mentre le pievi romaniche emergono tra il verde, testimoni della Via Francigena e di un’antica centralità spirituale e commerciale. È un territorio che non si concede subito, ma che chiede tempo, e proprio in questo risiede il suo valore.
Qui anche il cibo segue la stessa logica: non spettacolo, ma racconto. I testaroli, tra le paste più antiche d’Italia, i panigacci cotti nei testi, la farina di castagne che profuma di bosco e memoria, insieme a salumi, miele ed erbe spontanee, costruiscono un linguaggio gastronomico essenziale e profondo. Ogni sapore è un incontro, ogni produttore un custode. E mentre il gusto radica, lo sguardo si riapre: tra un arco, un muretto o un giardino terrazzato, il mare torna a comparire, quasi inatteso.
A Riccò del Golfo si percepisce il passaggio tra entroterra e costa, un luogo di equilibrio fatto di silenzi e sentieri che invitano a rallentare. Poi il paesaggio si apre sul Golfo dei Poeti e tutto sembra sospeso tra realtà e immaginazione. A Lerici il castello domina il mare e le suggestioni romantiche di Byron e Shelley sono ancora presenti tra carruggi e scorci luminosi; a Portovenere la chiesa di San Pietro si protende sull’acqua come un gesto definitivo, mentre la Grotta di Byron custodisce un dialogo eterno tra uomo e natura.
E poi arrivano le Cinque Terre, che non si raccontano davvero: si vivono. Monterosso ha il profumo del sale e delle acciughe, Riomaggiore quello di un equilibrio impossibile e perfetto, con le sue case che sembrano scivolare verso il mare. I terrazzamenti sostenuti da muretti a secco raccontano una storia di fatica e ingegno collettivo, un’architettura del paesaggio che è insieme necessità e bellezza. Qui uomo e natura non si oppongono, ma collaborano, mentre sotto la superficie l’Area Marina Protetta custodisce un ecosistema fragile che richiede rispetto.
In questo viaggio il gusto accompagna ogni passo: le acciughe di Monterosso, i muscoli del Golfo della Spezia, le olive taggiasche, i limoni e il pesto raccontano una cucina che è identità prima ancora che tradizione. I vini e i vitigni – Vermentino, Bosco, Albarola – parlano di verticalità, di filari eroici e di pazienza. E poi lo Sciacchetrà, raro e prezioso, nato dall’attesa e capace di restituirla in ogni sorso, con le sue note di miele, frutta secca e agrumi. Degustarlo al tramonto, significa fermare il tempo, ascoltare il territorio senza parole.
A chiudere il percorso c’è Levanto, discreta, quasi defilata, ma proprio per questo capace di offrire un equilibrio raro tra autenticità e accoglienza, tra quotidianità e bellezza. È qui che il viaggio sembra trovare una sua misura, senza bisogno di eccessi.
Forse è proprio questo il senso profondo dell’Area Ligure Apuana: non una somma di destinazioni, ma un sistema vivo, un racconto continuo in cui ogni luogo contribuisce a un’esperienza più ampia. Bitesp 2026 ha acceso i riflettori su questo territorio, ma ciò che resta va oltre l’evento: la consapevolezza che qui il viaggio non è solo movimento, ma trasformazione. Un invito a rallentare, ad ascoltare, a lasciarsi sorprendere e, soprattutto, a tornare.
r.m.