Operatori tunisini contro ministero del Turismo accusato di immobilismo

Gli ultimi eventi di cui la Tunisia è stata teatro, come l’attacco all’ambasciata americana di una settimana fa, rischiano di aggravare la già pesante crisi del settore turistico che, da principale industria del Paese, è caduto in una spirale negativa di cui la situazione dell’ordine pubblico è solo una delle componenti. Il settore sta attraversando una fase in cui, dicono oggi gli operatori del settore, dal ministero del Turismo ci si aspettava ben altra risposta, e non una politica fatta di buone intenzioni ed annunci cui non hanno fatto seguito atti concreti e capaci di arrestate il crollo. I timidi segnali di ripresa delle ultime settimane hanno appena alleviato i numeri in rosso della situazione generale che vive essenzialmente due grandi problemi: quello della promozione dell’immagine per attirare il mercato estero e l’indebitamento delle industrie albeghiere e ricettive che ormai assomma a centinaia di milioni di euro, in un trend che appare inarrestabile. Ma, anche se l’attore pubblico (il Ministero) di questa partita è nel mirino, gli operatori non si tirano fuori: ”Noi professionisti del turismo pensiamo di essere i primi responsabili di questo settore”, dice Mohamed Belajouza, presidente della Federazione tunisina degli albergatori, con un’ammissione di colpa che è comunque da dividere anche tra altri soggetti. Quel che emerge dalle parole di Belajouza, così come di altri rappresentanti del comparto turistico tunisino, è che ogni idea, ogni progetto, ogni ipotesi si trova a confrontarsi, ma troppo spesso anche a cozzare, con la staticità del ministero che viene accusato di perdersi in lungaggini burocratiche e di politica generale quando invece dovrebbe essere il primo soggetto ad agire. Il lavoro da fare è tanto, dal momento che la situazione è delicata, ma soprattutto non mostra apparentemente di potersi evolvere in senso positivo nel breve periodo. I turisti stanno tornando (o almeno avevano cominciato a farlo prima dei recenti disordini), scegliendo soprattutto le tradizionali mete balneari, con una concreta speranza da parte degli operatori di allungare la stagione anche oltre la canonica data di fine settembre. Ma altri segmenti specifici (come il turismo del deserto, più di nicchia e per questo a maggiore ricaduta economica) ha perso, in due anni, più del 60% di presenze e quindi anche di entrate. La Tunisia, dicono poi gli operatori, dovrebbe essere più presente nelle fiere internazionali, ma soprattutto avviare con i tour operator stranieri un’opera di fidelizzazione che possa garantire continuità negli arrivi. Dicono gli agenti di viaggi che, per la loro promozione, ricevono dal ministro solo quarantamila dinari equivalenti a circa ventimila euro. Un po’ poco per contrastare altri Paesi, a cominciare dal Marocco, che per il turismo intendono investire miliardi di euro sino al 2020.